Voglio condividere con voi un pensiero tratto dalla Parola di Dio, anche se brevemente, perché poi dovremo dare alcune comunicazioni alla chiesa.
Il titolo che il Signore ha messo nel mio cuore è:
“Nel silenzio Dio prepara ciò che noi non vediamo”
A volte, quando c’è silenzio nella nostra vita spirituale o quando attraversiamo un periodo di calma, questo non significa che Dio non sia all’opera. Voglio leggere due brani della Parola del Signore che parlano di un uomo che porta un nome molto diffuso tra noi italiani: Giuseppe.
C’era un uomo di nome Giuseppe, che era membro del consiglio, uomo giusto e buono, il quale non aveva consentito alla deliberazione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatea, città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Trattolo giù dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo mise in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato deposto.
Era il giorno della Preparazione e stava per cominciare il sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguirono Giuseppe, guardarono la tomba e videro come vi era stato deposto il corpo di Gesù. Poi tornarono indietro e prepararono aromi e profumi; durante il sabato si riposarono secondo il comandamento.
Luca 23:50-56
Lo stesso evento è descritto anche dall’evangelista Giovanni.
Dopo queste cose, Giuseppe d’Arimatea, che era discepolo di Gesù ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù; e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù.
Nicodemo, quello che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch’egli portando una mistura di mirra e aloe di circa cento libbre. Essi dunque presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in fasce con gli aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso i Giudei.
Nel luogo dove egli era stato crocifisso c’era un giardino, e in quel giardino un sepolcro nuovo, dove nessuno era ancora stato deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, perché il sepolcro era vicino.
Giovanni 19:38-42
Quello che Giovanni sottolinea riguardo a Giuseppe d’Arimatea è qualcosa di molto importante.
Perché ho voluto leggere anche questo brano? Perché Giovanni aggiunge un particolare che Luca non menziona esplicitamente: ci dice che Giuseppe era un discepolo di Gesù. Luca lo presenta come un uomo buono e giusto, membro del Sinedrio, ma Giovanni aggiunge che era un discepolo.
Questo significa che, nel silenzio, c’era un uomo che seguiva Gesù. Era membro del Sinedrio, cioè di quel consiglio che stava accusando e condannando Gesù. Tuttavia, la Bibbia ci dice che lui non fu d’accordo con quella decisione. Non partecipò alla condanna del Signore. Luca lo descrive come un uomo buono e giusto.
Sapete, non sono molte le persone nella Bibbia che vengono descritte in questo modo. Ad alcuni viene attribuito il titolo di uomo di fede, ad altri quello di servo di Dio; ma di Giuseppe viene detto che era buono e giusto.
Essere definito “buono” indica il suo carattere, la sua moralità, il modo in cui si comportava con gli altri. Non si può definire buona una persona che non dimostra amore, altruismo e rispetto verso il prossimo.
Probabilmente era una persona apprezzata da chi lo circondava. Il suo comportamento parlava di lui.
Ma era anche giusto.
Era giusto davanti a Dio. Viveva in rettitudine, nel timore del Signore, sottomesso alla Sua volontà. Quindi era buono davanti agli uomini e giusto davanti a Dio.
Giovanni ci dice che era un discepolo di Gesù. Non troviamo scritto che fosse un predicatore. Non leggiamo da nessuna parte che abbia predicato un sermone. Non era uno dei dodici apostoli. Eppure era un discepolo. Era un uomo di fede. Seguiva Gesù quasi dietro le quinte.
Pur essendo un membro del Sinedrio, non si conformò alle decisioni sbagliate del Sinedrio stesso. La Bibbia dice chiaramente che non fu d’accordo con la condanna di Cristo.
Questo mi fa pensare a Daniele, che prese in cuor suo la decisione di non contaminarsi con i cibi del re. Anche Giuseppe decise di non lasciarsi contaminare da una scelta che andava contro la volontà di Dio.
Un altro particolare che la Scrittura sottolinea è che Giuseppe aspettava il regno di Dio. Che cosa significa?
Significa che viveva aspettando l’intervento del Signore. Significa che il suo cuore era rivolto verso ciò che Dio avrebbe fatto. Questo ci fa pensare a Simeone e Anna nel Vangelo di Luca, che aspettavano l’adempimento delle promesse di Dio.
Aspettare il regno di Dio significa vivere con gli occhi rivolti al futuro di Dio. Significa confidare nelle Sue promesse e non lasciarsi trascinare dalle cose di questo mondo. Significa continuare a credere che Dio opererà, anche quando ancora non vediamo nulla.
Giuseppe era un discepolo nascosto, ma a un certo punto diventa un uomo coraggioso. È lui che si presenta davanti a Pilato e chiede il corpo di Gesù.
Non era un eroe pubblico. Non era uno dei protagonisti della scena. Eppure è lui che trova il coraggio di fare ciò che altri non fecero. Si presenta davanti alle autorità e chiede il corpo del Signore. Inoltre possedeva una tomba nuova, un sepolcro dove nessuno era ancora stato deposto.
Forse nemmeno lui si rendeva conto che, attraverso quel gesto, stava contribuendo all’adempimento di una profezia.
Isaia aveva annunciato che, nella Sua morte, il Messia sarebbe stato con il ricco.
E Giuseppe era un uomo ricco.
Così la sua tomba diventa il luogo dove viene deposto Gesù, adempiendo ciò che era stato profetizzato.
Quale insegnamento possiamo ricevere da Giuseppe d’Arimatea?
Una cosa è certa:
Dio usa i Suoi discepoli fedeli, anche quando operano nel silenzio.
Nella chiesa non tutti abbiamo gli stessi compiti. Alcuni sono più esposti e visibili, altri svolgono il loro servizio in maniera più riservata. Ma questo non significa che chi lavora nel silenzio sia meno importante.
Anzi, Giuseppe ci insegna che essere discepoli di Gesù significa servirLo fedelmente indipendentemente dal ruolo che abbiamo. Essere discepoli significa rimanere buoni di cuore, aspettare il regno di Dio e restare fedeli al Signore.
Non bisogna essere famosi per essere utili a Dio. Oggi, anche attraverso i social media, a volte si rischia di dare troppo valore alla visibilità. Mi capita spesso che qualcuno mi chieda una preghiera dicendo:
“Fratello, prega tu perché la tua preghiera è più forte.”
Ma non è così. La forza non appartiene alla persona. Io non ho acquistato nessuna potenza speciale. La mia preghiera è fatta delle stesse parole con cui anche tu puoi rivolgerti al Signore. La potenza appartiene a Dio.
Questo brano mi incoraggia molto perché ci aiuta a rimanere con i piedi per terra.
Segui Dio anche quando non sei popolare. Segui Dio nell’intimità della tua casa, nella tua famiglia, tra i tuoi amici e nella tua chiesa. Servi il Signore sempre.
Questo ti renderà pronto a dimostrare coraggio quando arriverà il momento opportuno. Come è accaduto a Giuseppe, Dio può trasformare un discepolo apparentemente nascosto in una persona coraggiosa, forte e pronta a testimoniare davanti alle autorità.
Non importa dove sei seduto oggi.
Non importa da dove parti.
Dio può usarti e portare trasformazione nella tua vita, nella tua famiglia, nella tua chiesa e nelle persone che ti stanno intorno.
In conclusione, Giuseppe d’Arimatea è la prova evidente che Dio vede, usa e onora la fede nascosta nel cuore dei Suoi figli.
Dio onora la tua fede e la mia fede.
Anche se stai attraversando un momento difficile o un periodo buio, il Signore può usarti come una luce forte e splendente.
Può usare la tua vita per lasciare un segno.
Ancora oggi parliamo di Giuseppe per il coraggio che ebbe e per ciò che fece per Gesù.
Fai quello che puoi fare.
Anche se ti sembra poco, fallo.
Ho imparato qui in Abruzzo una cosa che in Sicilia non avevo mai visto: quando arrivano le gelate, si lascia scorrere un po’ d’acqua dal rubinetto esterno per evitare che le tubature si congelino.
Basta poco. Quel piccolo flusso impedisce all’acqua di fermarsi.
Così è anche nella vita cristiana. Forse ciò che fai ti sembra poco, ma continua a farlo. Non permettere che il flusso si interrompa. Non permettere che il tuo cuore si raffreddi.
Che sia distribuire un opuscolo, dare una testimonianza, parlare ai tuoi parenti, invitare qualcuno in chiesa o incoraggiare una persona, non smettere di essere un testimone di Gesù.
Anche se sei dietro le quinte, come Giuseppe d’Arimatea, puoi essere un uomo o una donna buoni, giusti e discepoli fedeli del Signore.
Conclusione con approfondimenti chiave
Preghiamo gli uni per gli altri e preghiamo affinché l’opera di Dio possa andare avanti ovunque ci troviamo.
Noi siamo qui a L’Aquila, ma molti ci ascoltano da diverse parti d’Italia. Il nostro desiderio è vedere crescere l’opera del Signore. È giusto occuparsi della famiglia, del lavoro, della scuola e delle responsabilità quotidiane, ma non dobbiamo dimenticare la meta finale.
La nostra meta è il Regno dei Cieli.
La nostra meta è stare con Dio.
Per questo vogliamo utilizzare tutto ciò che il Signore ci ha affidato affinché il Suo Regno cresca e altre persone possano conoscere la verità della Sua Parola, credere in Gesù e ricevere salvezza.
Amen.


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